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Si torna a parlare di loot box, lo fa un lungo articolo pubblicato da Eurispes sul proprio sito nel quale viene sottolineato come la somiglianza con le slot machine sia evidente, e che lo Stato dovrebbe intervenire il prima possibile per evitare falle giuridiche difficili da colmare più passa il tempo.

“La loot box ad oggi non è regolamentata, resta in una zona grigia priva di disciplina”. Così l’Eurispes, l’istituto che si occupa di studi politici, economici e sociali, richiama nuovamente l’attenzione su un fenomeno che, negli ultimi anni, è andato diffondendosi enormemente nel settore videoludico. Anche perché, come spiega un dettagliato articolo dell’avvocato Giovambattista Palumbo, di Eurispes, attualmente dirigente nel Gabinetto del Ministro dell’Economia e Finanze “le loot box sono rapidamente diventate una delle principali fonti di reddito nell’industria dei videogiochi”.

Di loot box abbiamo scritto molto anche noi, non tanto per la loro diretta influenza sul mondo esportivo (quantomeno non sempre), quando per la necessità di fare chiarezza attorno a un fenomeno che si fa sempre più importante, e che se non regolamentato rischia di causare danni, gli stessi danni legati ad un uso sregolato del gioco d’azzardo, come spese folli e incontrollate e dipendenza (da mettere nell’ordine che più si preferisce).

Palumbo parte da una definizione del problema: “loot box sono oggetti virtuali che contengono premi con i quali il giocatore può migliorare la propria esperienza di gioco o avanzare di livello”. Qualunque sia la tipologia di loot box per l’istituto è chiaro che “non può più restare in una zona grigia priva di disciplina”.

La problematica si intreccia chiaramente con questioni fiscali, in base alle quali “sarebbe opportuno chiedersi se possano o meno essere qualificate come gioco d’azzardo, laddove l’articolo 110 del decreto legislativo 18 giugno 1931, n. 773 (Tulps, testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), stabilisce che l’uso di apparecchi e congegni da gioco d’azzardo (basa quindi solo sulla fortuna, ndr) sono vietati, a meno che non ci sia un’autorizzazione amministrativa. Come per i giochi d’azzardo tradizionali (quali, per esempio, le slot machines), anche per le loot box gli individui spendono denaro reale nell’incerta aspettativa di ottenere un premio di valore. E dunque”, si chiede il rappresentante di Eurispes, “perché tale fattispecie non dovrebbe essere sottoposta alla medesima disciplina?”

Parte poi una disamina di come le loot box vengono gestite da altre legislazioni nazionali europee. “Nel 2018 la Commissione belga e l’Autorità olandese per il gioco d’azzardo hanno classificato alcune forme di loot box come gioco d’azzardo e le hanno assoggettate alle leggi regolanti le lotterie e le slot machine. Secondo la valutazione della Belgian Gaming Commission la ricompensa che si può ottenere da un’attività di gioco non deve necessariamente essere di valore monetario, essendo sufficiente che abbia un valore per il giocatore”, una questione che l’Olanda vede da un altro punto di vista, pertanto “pur essendo comunque considerate gioco d’azzardo, il fatto che la ricompensa abbia un valore individuale per il giocatore (in Olanda) non è sufficiente affinché una loot box soddisfi tale definizione”.

In Germania la questione è stata affrontata dal Bundestag, la Camera bassa del Parlamento tedesco, che “ha votato a favore di una riforma del Young Protection Act, atta a regolamentare dinamiche ‘simili al gioco d’azzardo’ presenti in videogiochi con target inferiore ai 18 anni, tra cui anche le loot box”.

In Inghilterra nel 2019, “il Comitato britannico per digitale, la cultura, i media e lo sport ha raccomandato che le loot box siano regolamentate come forma di gioco d’azzardo”, mentre un rapporto stilato nel 2020 da una commissione speciali della Camera dei Lord riporta che ‘se un prodotto ha l’aspetto del gioco d’azzardo e sembra essere un gioco d’azzardo, dovrebbe essere regolamentato come gioco d’azzardo’ e quindi raccomanda di qualificarlo come tale.

Nell’ambito dell’Unione europea la Commissione interna al Parlamento europeo per il mercato interno e la protezione dei consumatori (Imco), nel 2020, ha pubblicato uno studio che raccomanda “la qualificazione delle loot boxes come gioco d’azzardo nei casi in cui sia possibile riscontrarvi le tre caratteristiche principali caratterizzanti il gioco d’azzardo e cioè: un corrispettivo per l’acquisto del ‘bottino’ virtuale, l’elemento della casualità nel risultato dell’acquisto, la possibilità di vincere un premio che abbia valore monetario”.

In Italia la questione è stata affrontata dall’Agcm, Autorità garante della concorrenza e del mercato, che ha adottato nuovi standard di trasparenza per i videogiochi in cui sono presenti acquisti in-game “imponendo l’obbligo di rendere chiaramente visibile il logo Pegi e di esporre un avviso che informi l’utente della possibilità di ulteriori esborsi di denaro durante il gioco”. Il procedimento avviato dall’Agcm si è chiuso senza infrazione, ricorda l’articolo, “accettando gli impegni adottati per rendere più chiari e trasparenti i meccanismi di acquisto delle loot boxes oggetto di istruttoria”.

Eppure le analogie tra loot box e slot machine sono piuttosto evidenti: entrambi i sistemi puntano su transazioni molto piccole e frequenti (che rendono facile perdere la percezione della somma spesa complessivamente), la vincita non è certa e in entrambi i casi, le giocate e le vincite vengono accompagnate da luci, colori, suoni e fuochi d’artificio.

Chiude, il lungo articolo di Palumbo, suggerendo alla politica che “la soluzione più immediata sembra essere quella di sottoporle all’imposta sugli intrattenimenti, specificando che anche le loot box rientrano in tale imposta, magari rifacendosi a un meccanismo analogo alla web tax”. E non manca una tirata d’orecchi al legislatore, perché “come sempre quando si parla di evoluzioni tecnologiche e sociali, lo Stato“, chiosa l’avvocato di Eurispes, “deve cercare di seguire la velocità delle stesse evoluzioni; pena, il rischio di “falle” giuridiche sempre più difficili da colmare”.

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