banner EAG2020 Article 700×150

Chiunque studi o abbia studiato marketing sa bene che non esiste pubblicità buona o cattiva: esiste solo la pubblicità. Un mondo come l’esport, che ha un dannato bisogno di farsi conoscere anche al di là della nicchia di appassionati fino al pubblico generalista, deve sicuramente far sua questa massima. Da capire, tuttavia, se l’assioma valga anche per le citazioni in tribunale.

In questo periodo in particolare sembrano aumentare esponenzialmente i casi giuridici che riguardano l’esport: due le motivazioni principali. Da un lato il sempre più crescente volume economico del gaming competitivo, le cui potenziali diatribe non possono più essere risolte semplicemente con l’incontro tra i due contendenti. Dall’altra anche un maggior bisogno di tutele per le parti, che siano giocatori o squadre. O, come in uno dei casi, proprietari di organizzazioni. Abbiamo raccolto i tre casi principali del momento.

FaZe Clan vs Tfue. Una querelle che prosegue ormai da diversi mesi e che ha in contrapposizione una delle organizzazioni più seguite del Nord America e uno degli streamer più conosciuti al mondo. Parliamo di Tfue che negli ultimi 18 mesi, da giocatore competitivo di Fortnite, ha raggiunto 11 milioni di iscritti su Youtube, quasi 7 milioni di follower su Twitch e 2 milioni su Twitter. La disputa inizia a maggio quando Turner “Tfue” Tenney deposita tramite il suo avvocato Bryan Freedman, della Freedman&Taitelman, un’accusa contro il proprio team, i FaZe, presso la corte californiana: l’organizzazione avrebbe costretto il giocatore a firmare un contratto opprimente che lo forzava a rinunciare ad altre opportunità economiche.

Nel contratto in questione, rivelato da ESPN, i FaZe hanno diritto a ricevere l’80% del ricavato degli accordi che negoziano per conto del giocatore, il 20% dei montepremi vinti, il 50% delle vendite del merchandise, il 50% degli accordi commerciali negoziati direttamente da Tfue, il 50% delle retribuzioni ricevute per apparizioni e gettoni di presenza a eventi e infine l’80% del ricavato del merchandise del team che riguarda Tfue in via diretta. In cambio il giocatore riceve dall’organizzazione 2.000 $ di salario mensile. Un accordo che, a prima vista, appare realmente sbilanciato a favore del team. Secondo gli stessi FaZe, tuttavia, l’organizzazione avrebbe finora ricevuto “appena” 60.000 $ dal suddetto contratto, mentre Tfue avrebbe tenuto per sé, oltre ai propri, anche i ricavi che spetterebbero al team. A fronte dei 20 milioni $ che Tfue avrebbe guadagnato da quando è entrato nei FaZe ad aprile 2018.

È su questa linea giuridica che i FaZe si sono mossi depositando una contro accusa a Turner Tenney presso il tribunale dello stato di New York, citandolo in giudizio anche per aver screditato l’organizzazione, rubato e rivelato informazioni confidenziali e interferito in tal modo nell’esito di contratti e relazioni d’affari con terzi. “Non avevamo altra scelta. Abbiamo provato a risolvere la questione in modo privato ma è stato letteralmente impossibile trovare un accordo tra le parti” ha sentenziato Lee Trink, CEO dei FaZe Clan intervistato su Bloomberg giovedì.

Secondo l’avvocato di Tfue, il già citato Bryan Freedman, “la scelta di spostare l’accusa a New York è il chiaro segnale che hanno violato la legge della California, dove perderebbero la causa senza alcun dubbio.” La legge in questione è la Talent Agencies Act che, in particolare, vieta di procurare lavoro senza averne la licenza. “È la prima volta nella storia degli esports che un organizzazione ha l’ardire di forzare le provvigioni di un contratto in modo totalmente, e chiaramente, illegale.”

Moore vs Kroenke S&E. Il 23 luglio i media nordamericani riportano la vendita imminente dello slot degli Echo Fox nell’LCS, la massima competizione di League o Legends, alla Kroenke Sports&Entertainment, società che detiene la proprietà del club di calcio dell’Arsenal, dei Denver Nuggets nell’NBA e dei Los Angeles Gladiators nella Overwatch League, alla modica cifra di 30,25 milioni $. Peccato che, a quanto sembra, Robert Moore, CEO e co-fondatore dei Sentinels, non ne sapesse nulla.

Moore è infatti una pedina importante nel processo decisionale della sezione esport della Kroenke S&E: secondo un accordo di joint venture tra le due realtà, i Sentinels, conosciuti in passato come i Phoenix1, sarebbero il braccio esecutivo della KSE Esports, la sezione della Kroenke dedicata agli esport. Fin dal 2017 Moore e i Sentinels si occupano ad esempio della gestione dei Los Angeles Gladiators, con il primo che opera in tutto e per tutto come il CEO della KSE Esports: gestione che tuttavia, fino a questo momento, pare non aver ricevuto alcun compenso, lasciando addirittura scoperte alcune spese che riguardano il team di Overwatch.

Secondo la citazione in giudizio depositata presso la Corte Suprema della California a Los Angeles, l’accordo verbale raggiunto tra le parti in passato prevede la supervisione e il potere decisione di Moore e dei Sentinels su ogni iniziativa della Kroenke nel campo degli esport. Josh Kroenke, membro esecutivo del gruppo che porta il cognome del padre, non avrebbe informato Moore della scelta di acquisire gli Echo Fox e lo slot all’LCS, violando l’accordo tra le due entità. Per risolvere la questione in tempi brevi, Moore avrebbe richiesto come risarcimento il raggiungimento del 51% delle quote della KSE Esports, attualmente possedute solo al 49% secondo quanto sostenuto dal CEO dei Sentinels.

Dei Sentinels fa parte anche Kyle “Bugha” Giersdorf, salito agli onori della cronaca il 28 luglio per la vittoria, ad appena 16 anni, della World Cup di Fortnite e dei 3 milioni $ per il primo posto. La citazione in tribunale rischia di far saltare l’accordo con gli Echo Fox i quali, tra le altre cose, attendono ancora l’approvazione da Riot Games e dal League Commissioner dell’LCS Chris Greeley per l’operazione di vendita. Operazione che deve concludersi entro 23 giorni, secondo quanto riportato da ESPN, pena l’intervento diretto dell’LCS e l’estromissione degli Echo Fox dalla vendita dello slot.

Fox vs Raizada. Una diatriba che va avanti ormai da mesi. Non ha ancora raggiunto un tribunale ma, vista l’escalation di dichiarazioni, non è affatto escluso che possa entrare in aula. Nel frattempo le accuse si dilungano su Twitter con il figlio dell’ex-star NBA Rick Fox che mostra una presunta accusa di condotta sessuale illecita su minore di Amit Raizada, risalente al 1997 presso la corte dello stato dell’Ohio. Ma procediamo con ordine.

Rick Fox è il fondatore e il proprietario degli Echo Fox, organizzazione già menzionata precedentemente. Amit Raizada è il co-protagonista della storia e azionista della Vision Venture Partners, società che ha investito grosse somme negli Echo Fox. Alcuni mesi fa Rick Fox esce allo scoperto annunciando di voler lasciare l’azienda da lui stesso fondata, e che ne porta il nome, per minacce contro la sua famiglia e offese razziste subite da lui e dal suo collega Jace Hall durante uno scambio di mail con un membro del consiglio d’amministrazione della Visione Venture. Persona che, secondo i report dei maggiori siti nordamericani, sarebbe proprio tale Amit Raizada. Il presunto colpevole non ha negato di avere utilizzato epiteti razzisti, chiamando a giustificazione un momento di agitazione, ma non ha mai confermato la minacce.

Allontanato dall’amministrazione dell’azienda, e costretto dal League Commissioner dell’LCS Chris Greeley a rinunciare a qualsiasi potere decisionale sugli Echo Fox, Raizada ha risposto apertamente su Twitter alle accuse mossegli dal figlio di Rick Fox e poi rilanciate dal padre: “Si tratta di una vecchia accusa in un caso di scambio di persona. Per quanto ne so, infatti, il caso fu abbandonato e nulla mi fu contestato successivamente. Ancora una volta Rick Fox e la sua famiglia hanno deciso di dare una visione distorta della realtà nella loro campagna mediatica contro di me e altri azionisti degli Echo Fox.”

Un vicenda che si tinge ancor più di giallo: l’autenticità del documento riportato su Twitter non è ancora stata verificata e sembrano non esserci registrazioni di tale caso nella stessa corte di Westerville, Ohio, dove fu depositata all’epoca. Certo è che risalire a un’accusa risalente a più di venti anni fa diventa complicato. Ma in ogni caso utile per chi ha intenzione di screditare qualcuno. In ogni caso, però, che per la diffamazione il tribunale potrebbe volentieri aprire le porte: e sono pochi i dubbi che tale questione mediatica approderà presto in aula.

Articolo bottom

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il commento
Inserisci il tuo nome