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Matteo “Torok” Bellotti è sicuramente un punto di riferimento per la nostra scena competitiva di Rainbow Six Siege. Una carriera che l’ha visto dominare dal giorno zero qui in Italia grazie agli innumerevoli successi raccolti con dAT fLAM3RS, EnD Gaming e Mkers. Nel mezzo, anche le esperienze europee tra Pro League e Challenger League. Pochi, anzi pochissimi, nello Stivale possono vantare un curriculum così. Negli ultimi mesi, intanto, Torok ha deciso di fare un passo indietro. Smettere come giocatore per allenare e mettere a disposizione tutta la sua esperienza. Attualmente, infatti, ricopre il ruolo di coach nei Mkers e noi di EsportsMag.it abbiamo deciso di intervistarlo.

Torok, la tua è stata una lunga carriera piena di soddisfazioni e soprattutto di titoli. Quando è maturata l’idea di smettere con Siege come player per fare il coach?

L’idea di passare a fare coach prende forma quando, con il mio team precedente, abbiamo perso lo scorso Nats. Non avevo mai perso prima in Italia. Per chi mi conosce sa che l’ho sempre descritto come il gradino necessario, un benchmark con cui misurarsi, per potersi dire in grado di competere in Europa. Quello Split più che mai contava per l’accesso al circuito Challenger, garantito dalla vittoria di un torneo nazionale. Una novità nella scena esports europea di Rainbow Six. Era lo step necessario per entrare in European League quest’anno. Mancata quell’occasione d’oro, non mi è rimasto che farmi un duro esame di coscienza. Ho deciso di rescindere ogni contatto con la squadra precedente e mi sono avvicinato ad un gruppo di ragazzi giovani e determinati, come li conoscete oggi i Mkers, per provare a rifondare un progetto da zero. Abbiamo tutte le carte in regola per rincorrere il sogno della lega professionisti. Le riflessioni su me stesso, però, non finiscono qui. A 29 anni ho iniziato ad interrogarmi sul mio essere giocatore e sulla mia persona. Ho avvertito il bisogno di iniziare un cammino esterno. Infatti, mi sono iscritto ad un Master che eventualmente mi darà possibilità di trovare un lavoro esterno a Siege. Per concludere, quindi, mi si è presentata l’occasione di subentrare come coach in un roster di giocatori giovani e talentuosi. Un ruolo che ormai covavo consciamente anche con i miei compagni e in cui mi sono subito lanciato. Mi sono ritrovato volentieri a vestirne i panni, rispecchia il tipo di persona che sono e il percorso che ha caratterizzato il mio lavoro specifico con tutte le lineup in cui sono stato.

Uno della tua esperienza non ha bisogno di un periodo di ambientamento, ma come stanno andando questi primi mesi da coach?

Nel mio caso specifico, io ancora oggi sono uno dei pochi giocatori che vanta così tanta esperienza in Italia e a questo livello su Rainbow Six. Una carriera da giocatore durata quasi cinque anni a cui non voglio dare l’accezione di vanto o pregio, ma come tratto indelebile del mio passaggio a coach. Un’esperienza di quel tipo mi dà sicuramente una misura di fiducia nelle mie conoscenze, soprattutto a livello tattico e di fondamenta di gioco attraverso cui mi interfaccio giornalmente con i miei giocatori. Un lavoro che reputo fondamentale, visto che su Siege o ci si evolve col meta o si finisce per rimanere indietro in breve tempo. Il problema, o perlomeno i miei limiti, mi appaiono chiari quando devo ricoprire tutte quelle mansioni e quelle dinamiche che riguardano l’essere un coach. Una cosa che non ho mai affrontato di per sé. Essere coach, quindi, è anche il modo in cui io mi pongo con i miei giocatori e non solo. Sono sempre stato un giocatore dalla parte dei giocatori, oggi devo essere un coach a trecentosessanta gradi. Nel complesso, però, è un ambiente stimolante e pieno di risvolti e sorprese. Non sempre felici, ovviamente, ma dalla mia parte ho il supporto di Mkers e dello staff per prendere le giuste misure.

Passiamo al percorso intrapreso dai tuoi Mkers. Avete sfiorato la Challenger e in PG Nationals condividete il primo posto con gli NLE. In così poco tempo avete raggiunto ottimi risultati. Vincere in Italia per provare ad essere competitivi anche in Europa è un obiettivo concreto?

Prima di rispondere alla domanda, voglio parlare di una differenza di fondo del Nats come lo conoscevamo. Di conseguenza, mi rende impossibile o azzardato predire il futuro prossimo della scena Italiana. Oso anche credere che pochissimi viewer siano bene informati su come si svolge davvero il PG Nationals lungo tutta la sua durata a cavallo tra il 2020 e il 2021.

Questa differenza la individuo nel passaggio dell’organizzazione della scena esport di Siege da ESL a FACEIT. Non voglio dilungarmi troppo su questo argomento, anche perché non me ne sono fatto un’idea chiara a riguardo, ma ad oggi il sistema pare essere questo: WinterSplit, SpringSplit, Summer Playoffs, Challenger. Questo significa che potenzialmente ogni anno entrano dai cinque ai dieci nuovi giocatori in EL seguendo questo percorso così lungo. Un percorso ben diverso dai miei “tempi”, in cui le qualifiche per la CL si tenevano circa tre volte l’anno. Fuori dai denti, non ritengo questo un sistema sano e duraturo per la competizione e i giocatori oggi. E’ importante fare questo pensiero perché non posso capire, ad oggi, quanti altri team riescano a rimanere insieme così a lungo in un percorso così complesso con la stessa lineup e senza soffrire incidenti anche gravi lungo il percorso.

Ricapitolando, non è detto che a giugno 2021 nei Summer Playoffs si parlerà di Mkers, NLE o Macko come li conosciamo oggi. Potrei anche non esserci più nemmeno io. L’esports è caratterizzato da un movimento incredibile, al di fuori della lega professionista. E’ stato così fino ad oggi. Chiaramente sono cambiati i tempi e potenzialmente ogni organizzazione farà le dovute riflessioni sul caso, potrei avere torto, ma solo se qualcuno lavorerà con questo in mente. Per concludere, non sono mai stato bravo con le prediction. Lavoro per il domani oggi, però senza pretesa di sognare la mia lineup attuale tra un anno ancora intatta. Non posso, dunque, fare alcuna previsione da qui ai prossimi sette mesi. Si parla di un’era geologica nel nostro campo.

I Mkers campioni dello scorso Winter Split.

Nota del redattore: Doverosa premessa per questa domanda. Quando ho inviato le domande a Torok, Sloppy ufficialmente faceva ancora parte del progetto Mkers. Ad oggi non è così, con un nuovo giocatore che dovrebbe essere annunciato al suo posto. Ho deciso comunque di lasciare questa domanda, perché dal mio punto di vista fornisce spunti interessanti.

Intanto, c’è stato il ritorno di Sloppy qui in Italia dopo l’esperienza negli USA con i Tempo Storm, che forse l’hanno lasciato andare frettolosamente visti i risultati. Al netto di tutte le difficoltà che ha incontrato, forse più per motivi fuori dal gioco, ha dimostrato di poterci stare a certi livelli. Quanto è importante per te poter contare su un giocatore solido come Sloppy?

Al momento in cui quest’intervista sarà rilasciata, Sloppy non sarà più con noi, per tutta una serie di motivi infiniti che non starò qui a spiegare o elencare. Tutto ciò che rimane per me è un profondo dispiacere, perché un giocatore con il percorso che ha avuto Sloppy debba ritornare sui suoi passi per arrivare in un Nationals così configurato. Io non auguro a nessuno nel mondo degli esports, parlo di chi è riuscito a toccare le vette della competizione internazionale, di dover tornare indietro sui suoi passi. Attraversare una cosa del genere penso sia un trauma psicologico non indifferente per chiunque lo abbia sperimentato. Vi chiedo allora di mostrargli supporto in questa sua transizione ancora in atto. Un peso sulle spalle che solo pochi sanno portare fino in fondo, con il lavoro e anche la fortuna di riuscire a tornare dove erano in un modo o nell’altro. Ci sono esempi di questo tipo di giocatore in Europa che conosco e per cui nutro un profondo rispetto. Alla domanda di quanto è importante per me contare su un giocatore solido come Sloppy rispondo in un altro modo. Come in ogni cosa nella vita, come in ogni ambito, c’è sempre qualcuno più bravo di te. Questo non vuol dire che tu non sia bravo, o che non meriti, o che non debba essere valorizzato, bisogna avere fiducia nelle proprie forze. In Sloppy io ho sempre stimato la sua ferma convinzione nelle sue capacità e nel suo talento. In un business così mobile, però, nessuno è al sicuro per davvero. Io incluso. Questa è la spietata realtà di questo mondo così emozionante e pieno di passione. Un giorno ci sarà un altro Sloppy, un altro Torok e lo stesso discorso vale per i grandi campioni internazionali. Questa è la mia visione spietata comunque innamorato della competizione esports.

Mkers, Macko e NLE: tre squadre che hanno un obiettivo comune. Tutta questa competizione in Italia non c’è mai stata. Può avere dei vantaggi per l’intero movimento di Siege qui da noi?

Assolutamente, la competizione chiama e forma giocatori sempre più competenti. L’esempio che ho già portato in passato per quanto riguarda l’Italia, e sì in questo caso con una buona dose di vanto, è l’essere stato spesso e volentieri parte di quelle squadre che gli altri team in Italia prendevano a benchmark e con cui si misuravano per migliorare. Ricordatevi sempre, solo una squadra vince, tutti gli altri non sono nessuno. Puoi vincere un qualsiasi campionato nazionale, ma se poi non vinci in Challenger hai buttato tutto il tuo lavoro e il tuo tempo. La European League è l’unico environment in cui una volta arrivato, puoi permetterti di non essere il migliore team. Del resto, quando ci arrivi è oggettivamente difficile uscirne, considerando il modo in cui funzionano le relegation. Dico questo perché spesso e volentieri i match di metà stagione in EL non sono eccitanti come gli ultimi playday, in cui i team si giocano lo spot in un Major o per evitare la relegation e via dicendo. La posta in gioco non è sempre così alta come per chi in Challenger League punta allo step successivo. In ogni caso, guardare i match di Challenger tra due buoni team sulla carta è estremamente più stimolante di molti match di EL. Non di tutti sia chiaro, di questo ne sono certo.

C’è una squadra che ti ha sorpreso in questa prima parte di PG?

Gli Hmble. Ogni team che entra in un circuito competitivo da un qualifier parte con un vantaggio. In che modo direte voi? Ha dovuto fare più fatica per entrare. Io vi rispondo che la fatica e la difficoltà sono i migliori maestri, ti temprano e ti allenano a quello che sarà poi il torneo successivo. I Cowana in Europa sono un esempio lampante. Tornando agli Hmble, in loro vedo un team di giovani talentuosi con tanta voglia e tanta fame di vincere. Mi aspetto buone cose da loro, anche se combattono contro team più forti di loro sulla carta. Devono misurarsi con questo, il tempo è dalla loro parte.

Tu sei Su Rainbow Six praticamente dal giorno zero. È un gioco in costante cambiamento e da player hai vissuto tutte le sue evoluzioni. Che idea ti sei fatto dell’attuale meta e come valuti le novità che dovrebbero arrivare con Neon Dawn?

Il meta attuale è estremamente snervante. In attacco ci si trova a ripetere le stesse azioni round dopo round. Devi necessariamente rimuovere i gadgets in maniera meccanica sempre sotto “restraints”. In difesa, si tratta spesso e volentieri di cercare un opening kill in questa fase di setup degli attaccanti. Qualcuno potrebbe dire, e forse avrebbe ragione, che Siege è sempre stato questo. In questo particolare periodo, però, la cosa si è fatta abbastanza pesante. Il gioco è decisamente più sano fintanto che si banna Wamai e Echo rimane permabannato dalla competizione. I cambiamenti che dovrebbero arrivare con Neon Dawn mi sono noti, ma non li ho ancora toccati con mano. Non sono ancora andato a fondo della questione e penso farò così nelle prossime settimane che anticipano il lancio della nuova stagione. Accetto ben volentieri ogni cambiamento al meta e sono sicuro che i team con il metodo di lavoro più efficiente e intenso sapranno fare di questo switch percepito un vantaggio nel breve termine.

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